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September 8, 2010

Sanscrito e trascrizione

Filed under: Didattica — Tags: , , , — Giulio Geymonat @ 6:21 pm

In un certo senso il sanscrito non può che essere trascritto.

Da un lato infatti, in quanto deriva dal vedico, esso è suono molto più che grafia: i veda sono la zruti (pronuncia shruti), letteralmente “l’ascolto, l’udito”, sono suono eterno.

D’altro lato, storicamente, il sanscrito si è scritto (e inciso) in svariati alfabeti: da Nord a Sud del subcontinente, e oltre (Indonesia, Bali), troviamo manoscritti e documenti epigrafici in sanscrito “trascritto” negli alfabeti locali.

La scelta della devanagari come alfabeto sanscrito per eccellenza è fenomeno degli ultimi due secoli e non deve far pensare che il sanscrito sia scritto in devanagari, come per esempio il latino è scritto nell’alfabeto cosiddetto latino (che infatti si è espanso con l’espansione del latino).

Il sanscrito è scritto non in un alfabeto specifico ma seguendo un procedimento specifico, e cioè ad ogni suono del sanscrito deve corrispondere un segno ed uno solo nel sistema grafico adottato: di fatto il criterio più logico che si possa immaginare e che in un certo senso sarebbe bello che tutte le lingue adottassero.  (Pensiamo come diventerebbe facile scrivere in francese o in inglese!)

Va certamente detto che l’alfabeto devanagari è effettivamente particolarmente adatto ad esprimere i suoni del sanscrito (e per questo a mio avviso non ha senso studiare sanscrito senza imparare la devanagari), perché pur essendo un alfabeto relativamente recente (non appare prima del xii sec) è connesso storicamente con la scrittura brahmi, la più antica di cui si ha testimonianza nel Nord-Ovest (iscrizioni in medio-indiano di Ashoka), regione “culla” del sanscrito.

Allo stesso tempo però il sanscrito vuole essere lingua universale (panindiana sicuramente) ed eterna, inalterabile grazie alla sua grammatica, quindi slegata, in un certo senso, dalla sua storia (ma saldamente legata al mito dell’origine sovrumana, e all’eternità, del veda): per questo non si è legata ad un alfabeto specifico (per esempio uno del Nord, come per altro la devanagari è) ma ha “scelto” un criterio di trascrizione, applicabile in qualunque alfabeto.

(Diverso è il caso, importante per la storia del buddismo, della trascrizione dal sanscrito al tibetano e dal sanscrito al cinese: proprio perché manca la dimensione alfabetica della grafia “ricevente” salta il criterio “sanscrito” un suono=un segno.)

La scrittura del sanscrito, quindi, è sempre trascrizione dei suoni del sanscrito, e i suoni del sanscrito li conosciamo con certezza perché sono quelli del vedico,  che dovettero essere codificati con esattezza, in veri e propri manuali di fonologia, già in epoca arcaica (ca 1000 a.C), prima che l’originarietà del suono vedico si sfaldasse sotto l’influsso delle varie parlate locali.

Se la devanagari è comunque particolarmente adatta ad esprimere graficamente i suoni del sanscrito (e non a caso è stata poi scelta come grafia per eccellenza, almeno per i testi stampati in India), l’alfabeto latino presenta un unico vero inconveniente, ed è l’utilizzo di due lettere per esprimere le occlusive aspirate (kh, gh, ch, jh, ecc.), che ovviamente sono una singola lettera in devanagari (e in genere negli alfabeti indiani, poiché tutte le lingue indiane hanno le occlusive aspirate).

La parola “bhaga”, per esempio è formata da 4 lettere: l’occlusiva labiale dolce aspirata “bh”, la vocale gutturale breve “a”, l’occlusiva gutturale dolce non aspirata (o semplice) “g” e di nuovo la vocale gutturale breve “a” (ma il nostro occhio registra l’utilizzo di 5 lettere!).

Gli altri tre grossi ambiti di riflessione (e di dubbio) quando si scrive il sanscrito in alfabeto latino con segni diacritici sono: come trattare la sequenza consonante+vocale che appare fra due parole (marudiva, come è in devanagari,  o marud iva, visto che sono due parole?), l’utilizzo o meno, e in che casi, della maiuscola (Arjuna o arjuna? la devanagari, e nessuna altro alfabeto indiano, non distingue un carattere maiuscolo e uno minuscolo) e l’utilizzo o meno dei segni di interpunzione, assenti in devanagari e negli altri alfabeti indiani.

Va da sé, che un sanscrito trascritto “alla carlona”, cioè senza il criterio un suono sanscrito= un segno specifico nell’alfabeto ricevente (che deve quindi “potenziarsi” coi cosiddetti segni diacritici), semplicemente non sussiste: è non-sanscrito.

(Per chi è interessato ad approfondire la trascrizione del sanscrito nell’alfabeto latino, nella sezione download c’è un tutorial su pronunciae trascrizione; un altro tratta la  scrittura in devanagari.)

(Nei post di questo blog seguo, non sempre a dire il vero, la trascrizione Harvard-Kyoto che ha il vantaggio di basarsi esclusivamente, per rispettare il criterio un suono=un segno, sull’utilizzo dell’alternanza fra minuscole e maiuscole, ma ha l’oggettivo svantaggio di essere brutta da vedere e non intuitiva nella rappresentazione della nasale gutturale, della nasale palatale, e della sibilante palatale, rappresentate rispettivamente da G, J e z; inoltre utilizzando le maiuscole per rappresentare suoni che l’alfabeto latino non ha, non si possono utilizzare le maiuscole per i nomi di autori e opere; ma l’innegabile vantaggio è che si può scrivere in sanscrito utilizzando solo la maiuscola, cosa fattibile anche in una chat: mi riferisco ovviamente alle lezioni di sanscrito via skype, durante le quali la chat serve come “lavagna”.)

2 Comments

  1. In questi due anni in cui ho vissuto qui a Bengaluru, ho imparato la scrittura della lingua locale, kannad (non potevo imparare la lingua stessa, ahimé, così ho voluto imparare almeno la scrittura); leggo ogni giorno un testo della Bhagavadgita, in sanscrito ma stampato nella scrittura kannad, e possono trovarsi molti o tutti i testi sanscriti nella scrittura locale. Ma sì, i principi di questa scrittura e di quella devanagari sono gli stessi, anche se io almeno non posso vedere, conoscendone solo le forme moderne, come la scrittura kannad possa avere radici comuni con le scritture settentrionali, benché sappia che si dice che tutte e due le famiglie, settentrionale e meridionale, delle scritture indiane siano derivate dal brahmi antico.

    Comment by Filippo — September 15, 2010 @ 8:59 am

  2. Scusa ma non capisco esattamente cosa vuoi dire. In ogni caso la faccenda della derivazione di tutte le scritture dalla brahmi personalmente non mi ha mai convinto più di tanto, ma va detto che non ne so molto (o forse farei meglio a dire che non ne so praticamente niente)

    Comment by Giulio Geymonat — December 27, 2010 @ 1:05 pm

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