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novembre 12, 2017

Nanda il Bello, cap. IX, vv. 35-51 (fine capitolo): sul corpo e sui piaceri

Filed under: letteratura sanscrita — Tag: — Giulio Geymonat @ 8:10 pm

35. “Io, mio” è la definizione del corpo delle persone preda delle passioni; liberati da quel che ti sarà sottratto con il dado perdente, se ambisci alla pace; si ottiene infatti solo paura dalle espressioni “io” e “mio”.

36. “Dal momento che sul proprio corpo, che viene continuamente attaccato da innumerevoli calamità, nessuno ha controllo, come è possibile considerare appropriato considerare “io” o “mio” quel che ha nome di corpo, questa casa di sventure?

37. “Chi godesse a vivere in una casa fatta male, piena di serpenti, sempre sporca e che porta a una costante debolezza, solo uno così –perverso nelle sue vedute — godrebbe a trovarsi in un corpo costituito di elementi corruttibili, impuro, in continuo mutamento.

38. “Come un re cattivo con la forza spreme fino all’ultima goccia di tasse dai suoi sudditi e non li protegge, così il corpo porta via tutte le risorse imponendo l’acquisto di vesti e degli altri beni di cui necessita, e non ritorna.

39. “Così come le erbacce crescono senza che ci si debba applicare, ma solo con impegno si ottengono le messi sui campi, allo stesso modo senza applicarsi arrivano i mali e solo con impegno si ottengono delle soddisfazioni, e non è garantito.

40. “Per chi si trascina un corpo sofferente e sempre in movimento non può esserci felicità vera e propria: rimanendo sempre una piccola parte di dolore, continuamente si sforza di trovare il piacere applicandosi a contrastare il male.

41. “Così come un dolore per quanto insignificante compromette un piacere anche corrispondente a un desiderio e a prescindere da quanto grande sia, così non esiste nessun tipo di piacere che può prescindere dal dolore intrinseco ad ognuno.

42. “Se non capisci che il corpo è in tal modo connesso con molto dolore ed è un bene transitorio, perchè sei trascinato dalla seduzione per i frutti, tieni a freno con le redini della fermezza la mente che si lancia sugli oggetti dei sensi, simile a mucca attratta dall’erba da brucare.

43. “Nessuno dei piaceri erotici infatti, simili a offerte gettate in un fuoco ben acceso, culmina nella soddisfazione piena: tanto più uno si addentra nei piaceri dei sensi tanto più aumenta il desiderio riguardo ai suoi ambiti.

44. “Come uno che sia affetto dalla lebbra non trova sollievo dal tormento così chi si muove fra gli oggetti sensoriali senza aver sconfitto i propri sensi non raggiunge la pace affidandosi ai piaceri dell’eros.

45. “Come uno che, preso dal desiderio del sollievo causato dalle medicine, scegliesse le malattie invece della guarigione, così è chi si dilettasse, per illusione e stupidità, nel corpo, causa di innumeri dolori.

46. “Chi desidera il male di un altro uomo, certamente è da considerarsi un suo nemico per quella azione [che rivela il suo desiderio malvagio] e gli oggetti dei sensi portano soltanto alla rovina: devono senza dubbio essere combattuti come pericolosi nemici.

47. “Pur essendo stati in questo mondo nemici pronti ad uccidere quando giunge la morte si rappacificano: sia nell’al di là che in questo mondo sono invece causa di dolore i piaceri sensoriali, e per nessuno mai causa di benefici.

48. “Come il frutto di Kimpaka succoso, colorato e profumato uccide e non nutre se mangiato, così gli oggetti dei sensi per chi ha l’animo instabile quando vengono perseguiti portano alla rovina e non alla felicità.

49. “Perciò avendo capito con animo libero da macchia il bene apportato dal distacco, dalla Legge e dai precetti accetta la mia opinione concepita dai giusti oppure di’ la tua idea tirando fuori tutto.”

50. Benchè rivolto a lungo in questi termini potenzialmente benefici da quel monaco molto sapiente, Nanda non riusciva a farsi forza, non trovava pace come un elefante in amore, la mente stravolta dalla passione.

51. Allora quel monaco comprendendo lo stato d’animo di Nanda, inquieto e desideroso dei piaceri domestici e non della Legge, ne parlò al Buddha, conoscitore dei principi primi e indagatore del cuore, del carattere e dei sentimenti delle creature.

Finisce il nono capitolo intitolato “l’orazione contro la stoltezza” del poema Nanda il Bello.

Qui il testo sanscrito in trascrizione saunda_IX-35_fine

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