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aprile 28, 2016

Nanda il Bello, cap. III: l’illuminazione e le prime predicazioni del Buddha

Filed under: letteratura sanscrita — Tag:, — Giulio Geymonat @ 12:46 pm

1. Allora egli (il Buddha), per dedicarsi all’ascesi, abbandonò la città di Kapilavastu, affollata di cavalli, elefanti e carri, bella, sicura e abitata da gente galante; e, con mente risoluta, si recò nella foresta.

2. Ma quando vide che i famosi saggi avevano svariati testi sacri, e, nel fare ascesi, si attenevano a diverse regole di condotta, e che erano afflitti da un intenso desiderio per gli oggetti dei sensi, egli smise, considerando l’ascesi via insicura.

3. Quindi, si recò ai piedi del maestro Arada, predicatore della Liberazione, e poi a quelli del maestro Udraka, fautore dell’acquietamento: edotto sui principi primi della realtà, se ne andò via pensando che anche quella era una via sbagliata, lui conoscitore della Via.

4. Studiò allora tutti i vari testi sacri chiedendosi se nel mondo ce ne fosse uno supremo: non avendo trovato un’opinione indiscutibilmente superiore rispetto alle altre, intraprese nuovamente l’ascesi, ardua da compiersi.

5. Avendo poi definitivamente capito che non era quella la via, abbandonò anche quell’ascesi estrema; comprese che la vigile meditazione era sommamente importante e quindi mangiò nuovamente cibo che ricevette in dono, al fine di comprendere l’essenza dell’immortalità.

6. Poi, le braccia in carne e ben colorite, il passo taurino e ampio lo sguardo, si appressò ad un Ficus, intenzionato a scoprire la regola basata sulla comprensione profonda.

7. Sedutosi colà, ottenuta la comprensione, con determinazione irremovibile, simile a montagna sovrana dei monti, sconfisse il terribile esercito del dio Maara, e conquistò allora il luogo beato, inalienabile e imperituro.

8. Capendo che lui aveva raggiunto il suo scopo, gli dèi, contemplando l’immortalità, provarono una gioia incomparabile; al contrario, il partito di Maara, messo in fuga, fu preso dallo sconforto.

9. Tremò allora la terra coi monti, soffiò un vento piacevole, risuonarono i tamburi celesti, e piovve forte, da un cielo privo di nubi.

10. Trovato che ebbe quello scopo supremo, che mai decade, per compassione il Signore si recò nella città cinta dal fiume Varanasi per spiegare l’eterno, quel che sfugge alla morte.

11. Allora, per il bene degli esseri, il Veggente, radunatosi un uditorio, mise in moto la Ruota del Dharma, al cui centro c’è l’immortale, intorno fermezza, comprensione e meditazione e i cui raggi sono la condotta e i precetti.

12. Questo il sommo messaggio quadripartito, espresso nelle sue parti: “Ecco il dolore, ed ecco il corpo, a un tempo suo rampicante e sua origine; ecco la pace, ed ecco la via”.

13. Spiegando che tale sommo messaggio si manifesta in tre ambiti (metafisico, etico, gnoseologico; cfr. v.11), è incomparabile, non lo si può arrestare una volta messo in moto, è supremo, e risulta irreale per effetto dei dodici anelli entro cui si definisce la psiche umana (i.e. il pratItyasamutpAda), il Veggente convertì per primi gli appartenenti all’antica stirpe di Kundina.

14. Infatti questo oceano di difetti, insondabile, le cui acque sono inganno, popolato d’angosce, sempre in moto fra onde d’ira, d’ebbrezza e di terrore, Egli lo attraversò, e lo fece traversare anche al mondo.

15. Convertì molte persone a Kashi, a Gaya, a Ghirivraja: poi, per favorire la popolazione, andò anche nella città paterna, lui sommamente generoso.

16. Giungendo, Gautama, dal corpo bello come il sole, rimosse l’ottundimento dei cittadini di quella città, uomini galanti e seguaci di diverse vie, come il sole sorgendo rimuove le tenebre.

17. E quando giunse, ovunque Kapilavastu, decantata per i suoi palazzi di somma bellezza, città estremamente pulita e piacevole per la brezza, gli parve tale quale una foresta.

18. Libero dagli obblighi familiari infatti, sottomessa totalmente la mente, divenne pienamente sovrano di se stesso, e tanto più lo fu trovandosi di fronte i propri parenti, i propri concittadini, i propri amici, facili a suscitare molteplici aspettative.

19. Non gioì per gli atti di venerazione ricevuti, né si adirò per chi gli mancò di rispetto; saldo nella sua opinione non si alterò davanti alla seduzione e alla minaccia del piacere e del dolore.

20. Quando il re venne a sapere che suo figlio, che se ne era andato via all’improvviso, era ritornato, uscì da palazzo in fretta e con un seguito di pochi cavalli, in preda al desiderio di rivedere il figlio.

21. Il Buddha, vedendo che il re era giunto in quel modo, incapace di controllarsi a causa del desiderio, e che anche il resto delle persone avevano il volto pieno di lacrime, intenzionato a convertirli si alzò, prodigio, in cielo.

22. Si mosse in cielo come fosse sulla terra, poi si sedette restando sospeso; poi, senza andarsene da là, si sdraiò e moltiplicò se stesso; poi tornò ad essere uno solo.

23. Camminò sull’acqua come fosse terraferma, e penetrò nella terra come fosse acqua; poi piovve dal cielo come nuvola, e poi splendette come novello sole alzatosi in cielo.

24. Al contempo splendendo come un sole e riversando acqua come una nuvola, splendette di una luce simile ad oro fuso, come nube incendiata dalla luce del tramonto.

25. Il re, vedendolo simile a stendardo avvolto da una rete d’oro tempestata di gioielli, provò una gioia incomparabile, e tutti i presenti, inchinatisi, gli tributarono il massimo rispetto.

26. Quindi, l’eroe, vedendo che il re era pronto ad accogliere il suo messaggio grazie a quella serie di miracoli e che anche il resto delle persone era incline a farlo, espose la Dottrina e la Condotta.

27. Il re, allora, prontamente colse quel dono per la realizzazione della Legge Immortale, e dopo aver compreso l’incomparabile Legge del Saggio, come tale lo onorò, sottomesso come davanti a un padre.

28. Molti a quel punto, i più valorosi fra i giovani del regno, con mente pacificata e temendo il patimento di nascita e morte, si fecero monaci, simili a possenti tori che, terrorizzati per la paura delle fiamme, scattano via.

29. Anche quelli che non abbandonarono, per rispetto dei figli, della madre, del padre, la vita in famiglia, seguirono fino alla fine dei loro giorni la regola dell’autodisciplina, e vissero con mente sempre controllata.

30. Chi per lavorare era costretto a nuocere ad altri esseri viventi, (fuori dall’ambito del proprio lavoro) non uccise neppure il più insignificante degli esseri viventi; che dire allora dei figli di buona famiglia, dotati di ogni qualità, sempre benevoli? Come diventarono seguendo il Saggio?

31. Chi faceva lavori pesanti ma riceveva una paga leggera, pur non potendone più delle sopraffazioni subite, lo stesso non rubava a nessuno, ma si guardava dal prendere le ricchezze altrui come fossero un serpente.

32. Anche chi era giovane, pure se era ricco e propenso in cuor suo alla sensualità, non insidiava le giovani donne impegnate: queste infatti erano sommamente stimate, più del fuoco.

33. E nessuno diceva il falso, né conversava inutilmente di quel che era sgradevole seppur vero, né tesseva le lodi di qualcuno, per quanto la cosa potesse essere gradita, su quanto non attinente alla realtà, e neppure diceva di qualcuno fatti veri, solo per calunniarlo.

34. Anche chi desiderava arricchirsi non mirava in cuor suo ai beni altrui; le persone buone, valutando con discernimento il piacere che proviene dai sensi come insoddisfacente, vivevano laggiù come pienamente appagate.

35. Nessuno concepiva per il prossimo la benché minima ostilità poiché ognuno era sensibile e tutti in quella città si consideravano reciprocamente alla stregua di madri, padri, figli, amici.

36. E dicendosi: “Certamente il risultato delle azioni varrà anche dopo la morte, vale anche adesso, ed è valso nel passato, e tutte le vicende umane sono regolate da ciò”, ottenevano egregiamente la visione del Saggio.

37. E, pur essendo in un epoca decadente, avvalendosi della presenza illuminante del Buddha, colà la gente visse secondo questi dieci fondamentali modi di agire, somma abilità grandemente efficace.
[I dieci modi di agire, che riguardano in particolare coloro che non si fecero monaci (verso 29), sono menzionati nei versi dal 30 al 36]

38. Ma nessuno mirava, mettendo in opera queste qualità morali, al bene della rinascita: avendo tutti realizzato l’infelicità intrinseca all’esistenza, vivevano per la completa distruzione dell’esserci, non per nascere.

39. Molti padri di famiglia, senza albergare dubbi e domande, forniti della visione sommamente pura, vissero secondo i precetti laici, e alcuni di essi si dedicarono anche a pratiche di riduzione dell’impurità.

40. Pure chi viveva immerso in un benessere da gran signore, praticando con costanza il dono, comportandosi correttamente e seguendo dei precetti interiori, non si allontanò dalla giusta via.

41. Inoltre non vi era motivo di paura alcuna, né a causa propria né a causa di altri e neppure a causa del destino, e i sudditi vissero gioiosi, perfettamente felici e ben nutriti, come nell’epoca d’oro di Manu.

42. In questo modo quella città fu felice, libera da malattie, senza calamità, pari alle città di Kuru, di Raghu e di Puru, mentre colà viveva il grande veggente, colui che indirizza all’assenza di paura, a favore del bene, lui che ha sconfitto la brama.

(Fine del capitolo III)

Questo il testo in sanscrito (in trascrizione e in Devanagari) del capitolo III del saundarAnanda di azvaghoSa da scaricare in pdf! saundaIII_III_dev

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