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novembre 17, 2011

Sogno o realtà?

Filed under: filosofia,India classica — Tag:, , , — Giulio Geymonat @ 1:36 pm

Non c’è dubbio che l’India antica prendesse molto sul serio l’attività onirica: spesso nei testi sanscriti si fa riferimento al mondo dei sogni, affidando ad esso un ruolo tutt’altro che marginale.

Al di là del sogno premonitore (che ha notoriamente una grande importanza nel mondo greco e romano, e di cui un famoso esempio in ambito indiano è il sogno di Maya, la madre del Buddha,  dove un elefante bianco, che simboleggia la potenza e la purezza del futuro Buddha, entra nel suo fianco destro, immagine spesso rappresentata nell’arte buddhista), il riferimento all’attività onirica ha una notevole importanza in ambito filosofico e viene spesso usato in letteratura (racconti, poesie, teatro).

In ambito filosofico, sin dalle upanishad antiche, per esempio in Brhadaranyakopanishad, VII a.C. ca, capitolo IV, sezione III, passi 7-10, dove il re Janaka interroga Yajnavalkya sull’atman, si stabilisce un parallelo fra potenza del sogno e potenza dell’atman, il principio di coscienza su cui poggia tutta la realtà.

” (7) Chi è mai l’atman?” [chiede il re Janaka al sacerdote Yajnavalkya, che risponde:] “Colui che è costituito di intelligenza (vijJAna), il Soggetto (puruSa), luce interna degli spiriti vitali (prANa), è lui che, rimanendo uguale, attraversa i due mondi [vita e morte, vedi ultra]: è infatti lui che,  come se contemplasse (dhyAyatIva), come se tremasse (lelAyatIva), diventato sogno, questo mondo [e] le forme della morte oltrepassa. (8) Proprio quello, nascendo come Soggetto, trasformandosi in corpo, entra in contatto con i mali e ascendendo [al cielo] quando muore, desiste dal peccato. (9) Quello, e questo Soggetto, ha due dimore: questo mondo e quello ultraterreno; e ha una terza dimora, il mondo del sogno [o del sonno: il termine sanscrito, svapna, significa entrambe le cose]. Quando si trova in tale mondo intermedio, osserva entrambi i mondi, questo mondo e quello ultraterreno. Appena addormentato è nel mondo ultraterreno, e ottenuta questa posizione osserva i mali e le gioie. Sogna. Prendendo di questo mondo che tutto contiene, gli elementi elementari, distruggendo, costruendo nuovamente, con la sua luce, con il suo splendore, sogna. Colà il Soggetto è luce a se stesso. (10) Non ci sono carri laggiù, né cavalli, né strade: è lui che crea carri, cavalli, strade.  Non ci sono gioie laggiù, né piaceri, né godimenti: è lui che crea gioie, piaceri, godimenti. Non ci sono stagni laggiù, né laghi, né fiumi: è lui che crea stagni, laghi, fiumi. In verità, è lui il creatore.”

Nel Vedanta “maturo” invece, per esempio nell’atmabodha di Shankara (VII d.C.) verso 6, di seguito tradotto, la realtà è equiparata al sogno, un sogno da cui è necessario risvegliarsi per realizzare la vera realtà, l’immutabile ed unico atman.

6. “Il mondo in cui viviamo è invero come un sogno pieno di amore, di odio e di altri sentimenti, e finché dura si impone come vero. Ma quando sopraggiunge il risveglio, deve diventare irreale”

Quel che mi affascina, in entrambi i passi citati, è l’idea che il sogno sia “vero”, che corrisponda ad un piano realmente esistente della realtà, e che sia addirittura utile per capire quale è la vera natura del mondo che percepiamo da svegli (concetto con chiare assonanze psico-analitiche).

Il passo citato della Brhadaranyaka sembra affermare la capacità del sogno (e dell’atman) di andare oltre il bene e il male, e la sua potenza creatrice; il verso di Shankara asserisce la realtà, fintanto che si sogna, del sogno, realtà che però va riconosciuta come falsa quando ci si sveglia.

Mi viene in mente, a proposito della relazione fra sogno e peccato, che nel canone Pali, i monaci buddhisti sono chiamati a menzionare, nell’ambito di una pratica di “confessione” pubblica dei propri peccati agli altri monaci della comunità,  anche le impurità commesse in sogno (con speciale riferimento al fenomeno cosiddetto della polluzione notturna, cioè la dispersione di seme nel sonno, in conseguenza di un sogno erotico), e che il liberato in vita, l’arhat, non compie peccati neanche in sogno (almeno così mi sembra di ricordare).

(Di seguito il testo del passo, invero alquanto arduo, della bRhadAraNyakopaniSad, tradotto nel presente post)

katama Atmeti yo’ayaM vijJAnamayaH  prANeSu hRdy antarjyotiH puruSaH sa samAnaH sann ubhau lokAv anusaMcarati dhyAyatIva lelAyatIva sa hi svapno bhUtvemaM lokam atikramati mRtyo rUpANi || 7 || sa vA ayaM puruSo jAyamAnaH zarIram abhisampadyamAnaH pApmabhiH saMsRjyate sa utkrAman mriyamANaH pApmano vijahAti || 8 || tasya vaitasya puruSasya dve eva sthAne bhavata idaM ca paralokasthAnaM ca sandhyaM tRtIyaM svapnasthAnaM tasmin sandhye sthAne tiSThan ubhe sthAne pazyatIdaM ca paralokasthAnaM ca atha yathAkramo’ayaM paralokasthAne bhavati tam Akramam  AkramyobhayAn pApmana AnandAMz ca pazyati prasvapity asya lokasya sarvAvato mAtrAm apAdAya svayaM vihatya svayaM nirmAya svena bhAsA svena jyotiSA prasvapity atrAyaM puruSaH svayaMjyotir bhavati || 9 ||

(Ecco invece il verso dell’Atmabodha di, o comunque attribuito a, zaGkarAcArya tradotto nel post, sempre in Harvard-Kyoto)

saMsAra svapnatulyo hi rAgadveSAdisaGkulaH|

svakAle satyavad bhAti prabodhe saty asad bhavet||6||

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